Armenia, tra storia e speranza - Vialogando
Vialogando è un progetto editoriale che vuole raccontare incontri, luoghi e volti on the road. Mossi dall’intima esigenza di vivere e condividere il mondo del nostro tempo in tutte le sue sfumature, partiremo dall’Europa alla volta della Siberia
mongol rally 2018, mongol rally team
1025
post-template-default,single,single-post,postid-1025,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,qode-page-loading-effect-enabled,,qode_grid_1300,qode-content-sidebar-responsive,qode-child-theme-ver-1.0.0,qode-theme-ver-13.5,qode-theme-bridge,disabled_footer_top,wpb-js-composer js-comp-ver-5.4.5,vc_responsive
 

Armenia, tra storia e speranza

Armenia, tra storia e speranza

L’Armenia è una fonte d’acqua di montagna che disseta i viandanti. È una strada rotta in cui si incontrano pecore, pastori e megaliti del VI millennio AC. È negli occhi di chi ci accompagna. Occhi e capelli scuri, fisico asciutto, un’ironia dirompente. Lui è Avet. Ci aspetta al confine con la Georgia e ci accompagnerà per tutta la nostra permanenza nello Stato caucasico. Ma soprattutto da guida diventerà qualcosa di più: un amico.

L’Armenia è un paese tranquillo ma dove un’economia stagnante e una diffusa corruzione hanno portato, a fine aprile, alla cossi detta rivoluzione di velluto. Serzh Sargsyan, l’uomo che ha dominato la scena politica armena degli ultimi dieci anni, dopo aver intrapreso una riforma costituzionale che trasformasse il Paese in una repubblica parlamentare, dopo aver esaurito i due mandati presidenziali, è riuscito a farsi eleggere come primo ministro, conservando di fatto tutti i poteri. Dopo giorni di proteste assolutamente pacifiche, dove agli studenti che hanno bloccato le strade si sono uniti anche alcuni militari, Sargsyan si è dimesso, portando a nuove elezioni. Oggi l’Armenia che attraversiamo è una Paese pieno di giovani e di speranza. Avet aveva deciso di andarsene. Dopo due anni di attesa aveva ottenuto il visto per emigrare negli Stati Uniti e rifarsi una vita. Ma alla fine ha deciso di riprendersela. Restare. La speranza brillava nei suoi occhi e il suo coraggio sarebbe forse un esempio per tanti nostri connazionali. L’entusiasmo per la nuova situazione l’ha convinto a rinunciare ad un’ottima opportunità, convinto di poter veramente fare parte di qualcosa di grande, di qualcosa di storico. Ci inerpichiamo tra le valli fino a raggiungere la fortezza di fortezza di Akhtala, costruita nel x secolo, che ospita una chiesa unica nel suo genere in Armenia: appartiene infatti all’ordine calcedonese, di rito greco bizantino, e per questo è molto alta, imponente, ed è decorata da bellissimi affreschi. Il sito è sconosciuto ai più ma l’atmosfera che si respira e le leggende che la riguardano ci fanno indugiare a lungo. Dopo aver visitato il complesso monastico di Haghpat, raggiungiamo Dilijan, immersa nel verde, e il lago Sevan, di cui difficilmente si vede la fine. Il mare degli armeni viene d’estate raggiunto da miliaia di bagnanti, che bivaccano lungo le sue sponde cercando un po di frescura. Lungo la strada i ragazzi mimano con le mani trenta, quaranta, sessanta centimetri. È la lunghezza dei pesci pescati, che sembra sia popolato da pescecani. “Perchè hai scelto di fare la guida?”. “Perchè ho scelto di essere libero”, risponde Avet. Lavora per sei mesi all’anno accompagnando i turisti e girandosi così tutto il Paese, mentre in inverno, dopo un periodo di riposo, si trova un lavoro che poi lascia puntaualmente la primavera successiva. Laureato, giovane e brillante, sembra riuscirgli tutto facile. Non ha ancora i soldi per sposarsi, ma chissà che voglia davvero. Yerevan riusciamo a godercela davvero poco. Sembra una di quelle città che non sfoggiano una bellezza da cartolina, ma che vada scoperta vivendoci. Nel poco tempo che abbiamo a disposizione, ceniamo con Lusinè, che lavora per un tour operator locale e che ha organizzato il nostro itinerario; conosciamo anche la sua bellissima famiglia. Suo marito ci racconta della guerra con l’Azerbaijan. Sembra che l’unico aereo dell’aviazione armena sia stato abbattuto proprio dalla contraerea amica, che non l’aveva riconosciuto e forse aveva giudicato impossibile che l’aereo fosse proprio armeno. La serata la concludiamo in un’ottima enoteca, dove prima ci sorprendono sconsigliandoci il brandy nazionale, l’Ararat, e dopo un pò, vedendoci interessati, ci mostrano la cantina e ci fanno fare una piccola degustazione.

Il giorno dopo riprendiamo la strada verso sud. Tutto in Armenia riprende il nome di Ararat: dal bandy, agli hotel, le vie delle città, il nome dei negozi, dei bar, delle aziende. Dal monastero di Khro Virap lo vediamo finalmente spuntare dalle nuvole e dalla foschia: è impressionante. Osservando l’ennesima vecchia auto di passaggio costruita in Russia incominciamo un discorso sulla Gas Volga, la più grande sedan (3 volumi) storicamente presente nell’Unione Sovietica. Avet ci racconta di un suo meraviglioso progetto: ristrutturare per bene la Volga ambassador nera di suo nonno, cambiarle il motore 2.2 benzina da 76 cv e sostituirlo con quello di un V8 da 270cv, poi montarci la trasmissione e la scatola cambio di una Mazda 6 georgiana. Ci sta lavorando. E già ci immaginiamo le facce della gente a vederla correre con sotto quel motore.
La città di Goris ci ospita per le due ultime notti. Il Nagorno Karabak è lì a due passi…entrarci è semplicissimo, basta mostrare il passaporto, e il visto si fa comodamente a Stepanhakert, la capitale. Oggi ribattezzata come Repubblica dell’Artsakh, è uno Stato non riconosciuto dal diritto internazionale di popolazione armena. Fu sottratto all’Azerbaijan nel 1991, dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica. L’energia che l’attraversa è tanta, così come la bellezza incontaminate delle sue foreste.
La sera facciamo un piccolo scherzo ad Avet, portandolo ai piani 6-7-8 dell’hotel, un luogo che non doveva esistere nascosto da un muro in cartongesso al quinto e sulla carta ultimo piano di un vecchio hotel dei tempi della Russia appena ristrutturato per…due terzi! Un’altra piccola avventura tra noi tutti, un’ultima magia.
Il giorno visitiamo il monastero di Tatev e ci salutiamo: c’è chi resta e chi deve continuare un viaggio. Ma la strada fatta assieme non solo ci ha fatto scoprire l’Armenia con altri occhi, ma ci ha fatto trovare un amico.

No Comments

Post A Comment