Gambling e leggende del Caucaso - Vialogando
Vialogando è un progetto editoriale che vuole raccontare incontri, luoghi e volti on the road. Mossi dall’intima esigenza di vivere e condividere il mondo del nostro tempo in tutte le sue sfumature, partiremo dall’Europa alla volta della Siberia
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Gambling e leggende del Caucaso

Gambling e leggende del Caucaso

Georgia. Una terra antica dove le suggestioni alimentate da miti e leggende sono ancora palpabili. Tra le montagne del Caucaso fu incatenato Prometeo e, in quella che fu l’antica Colchide, Giasone e gli argonauti arrivarono in cerca del vello d’oro. Oggi sulle sponde del Mar Nero crescono a vista d’occhio edifici di 50 piani, che quasi sembra di essere sul Golfo Persico.

Batumi è una città giovane e vivace, che deve al gambling, cioè il gioco d’azzardo, gran parte della sua ricchezza. Ma anche tra pioneristici grattacieli e biciclette e tricicli elettrici che sfrecciano tra i pedoni c’è un malinconico tributo all’amore e alla cultura classica caucasica: la statua di Alì e Nino. Un uomo e una donna alti sette metri, costruiti in dischi d’acciaio che si intersecano perfettamente quando si avvicinano: i due giovani, in moto perenne, si avvicinano ogni diceci minuti, si baciano, si fondono in un’unico corpo metallico, simbolo dell’unione tra le nazioni, e si allontanano nuovamente. La loro storia assomiglia vagamente a quella di Romeo e Giulietta, solamente che ciò che fa separare la bella Nino, georgiana e cristiana, dal prinicpe azero Alì, è la guerra.
Il giorno dopo la spiaggia ci chiama, per qualche ora di relax, prima di partire per il Piccolo Caucaso.

Salendo sulle montagne la strada si fa dura e, per la prima volta, ci rendiamo conto che sì, lo stiamo facendo davvero: questo è il Mongol Rally! Saliamo fino ai 2025 metri del passo. Riempiamo lo stomaco con un denso formaggio mescolato all’uovo da mangiare col pane. Intorno, case di legno con tetto di latta, bambini che vendono caramelle artigianali a chi è di passaggio. I georgiani si fermano ai bordi delle strade sui prati verdi e fanno picnic, passeggiate, apprezzano i loro bei posti, con gran semplicità.
Dopo mille dossi e buche arriviamo alla cittadina di Akhaltsikhe, dove visitiamo la fortezza che domina la vallata, per arrivare infine al monastero di Sapara.

Le barbe lunghe e austere dei monaci, le loro letture come un mantra con la stessa tonalità penetrante, che anche se non si conosce la lingua riescono ad arrivare al cuore, e le iconografie ortodosse tra fasci di luce e ombre completano una sensazione che sfiora il misticismo. La pace e l’energia che si percepisce in questo posto ci lasciano davvero senza parole, e ce ne andiamo a malincuore.

La notte ci fermiamo a pochi km da Vardzia in un casa rurale, dove una genuina famiglia ci prepara pomodori, cetrioli, spinaci e formaggio e pane come cena.
Alla mattina sucessiva visitiamo la città rupestre di Vardzia, davvero magnifica e con monastero spettacolare scavato nella roccia. Prima di lasciare la zona scopriamo un’altro monastero stavolta attivo e meno turistico sulla collina opposta, mentre altre grotte sparse lassù sembrano troppo distanti per raggiungerle in poco tempo. Solo uno sguardo veloce dentro una di esse ci ha svelato una tavola con fresche verdure per il pranzo dei monaci del luogo.

La Georgia cambia faccia. Fuori dalla città di Akhalkahki, dopo un paesaggio post guerra, una modernissima stazione dei treni appare in mezzo al nulla di un vasto altipiano: per qualche motivo qui hanno deciso che è necessaria, decine di binari si stringono fino a diventare uno solo che poi sparisce. L’aria si fa più fresca, appaiono i laghi e la vita che scorre ferma nel tempo ai loro bordi, cavalli che trainano l’aratro e la gente raccoglie il fieno che ammassa in covoni ordinati, basta un cenno della mano per scatenare un sorriso, un saluto gioioso, il letame viene seccato e conservato in mattoni con si costruiscono muretti per un suo uso futuro: combustibile per l’inverno.
Le montagne scorrono lente finché poi cominciano a scendere, ci rendiamo conto che quell’altopiano era anche oltre i 2000 metri, l’aria cambia e così ancora una volta il paesaggio.
Arriviamo a Tbilisi dove troviamo ospitalità a casa di Dodo, una simpatica vecchina sull’ottantina, con gli occhi dolci e ancora tanta curiosità.

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