Un tè a Tehran - Vialogando
Vialogando è un progetto editoriale che vuole raccontare incontri, luoghi e volti on the road. Mossi dall’intima esigenza di vivere e condividere il mondo del nostro tempo in tutte le sue sfumature, partiremo dall’Europa alla volta della Siberia
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Un tè a Tehran

Un tè a Tehran

I suoi occhi ci scrutavano con un misto di curiosità e tenerezza. Eravamo alla prova del tè iraniano, servito in tazze senza manico, bollente; il primo sorso è sempre una prova che merita attenzione. La sala era immersa nella luce, tra divani, cuscini e un piccolo banchetto con biscotti di ogni genere e frutta fresca predisposto apposta per noi. Ci sentivamo fin troppo onorati, ma eravamo solamente al centro della loro attenzione. Dei camerieri discreti, della guida e della collega iraniana che ci avevano accompagnato, di due misteriosi uomini seduti in disparte. Portavano una strana spilla sulla giacca. Ci trovavamo alla sede di Ettela’at, un famoso giornale filo governativo iraniano, il primo quotidiano del Paese nato nel 1926, ora diventato una casa editrice che spazia in tutti i settori, dallo sport, alla cucina ai giornali per bambini. Eravamo lì per una delle nostre interviste on the road, ma al centro dell’attenzione eravamo noi. Ci chiedono chi siamo e dei motivi del nostro viaggio, che cosa vogliamo sapere. Prendiamo coraggio e dopo alcune domande di rito, cerchiamo di spogliarci lentamente delle formalità. “Sappiamo bene cos’è l’Iran quando era Persia…studiamo a scuola le battaglie dei greci con l’impero persiano, tutti conosciamo le gesta di Ciro il Grande, ognuno di noi evoca un’immagine al nome di Persepoli. Ma cos’è l’Iran adesso?”. Sembra non capire la domanda. Il suo sorriso sembra volerci dire che abbiamo sbagliato domanda. Mohmoud Doai è l’editore di Ettela’at, un uomo molto potente e amico della Guida Suprema Ali Khamenei. Ci dice che ha conosciuto Andreotti. Ma è quello che non dice che ci interessa maggiormente, perciò gli porgiamo nuovamente la domanda. Questa volta sembra esitare, ma il carisma che trasuda dal suo imama nero, dalla sua barba, dai suoi occhi ancora vivi e profondi sfoggia una diplomazia d’antan: “l’Iran vuole solo la pace”. E fine dell’intervista. Ci concede la foto di rito, in cui ci stringe forte le mani, e ci concede pure una bacio in fronte con tanto di benedizione. Mehdi, la nostra guida, sudava freddo neanche ci stesse facendo qualche esorcismo. La visita prosegue con l’ingeniere capo, che ci mostra gli uffici, la redazione, le sale conferenze. Ci mostra anche le terrazze sopra i tetti, dove c’è un piazzale per gli elicotteri. La vista su tehran era mozzafiato, e ce la mostrava indicandoci i grattacieli mentre i tipi della sicurezza ci osservavano con occhiali scuri e radioline. In un film quella vista ci sarebbe stata probabilmente fatale, ma per scendere ci hanno comodamente fatto usare l’ascensore. Che nella nostra immaginazione sarebbe comunque potuto risultarci fatale, ma che ci portato nel reparto stampa e in un piccolo museo. I men in black continuavano a seguirci, aprendo porte, chiudendone altre, scomparendo dietro locali di servizio per ritrovarli sempre un passo avanti. Neppure il taxi per rientrare ci hanno fatto prendere, mentre Mehdi aveva sempre più caldo. Ovviamente il pulmino privato, se fossimo stati in un romanzo, non ci avrebbe mai riportato in hotel.

Ma questo è l’Iran nella vita reale: una spirale concentrica di verità, finzione e immaginazione. I sorrisi della gente, le strette di mano, il sedersi per terra nelle case e parlare sottovoce, gli uomini con gli occhiali neri, i turbanti bianchi, i veli colorati delle donne, i finestrini abbassati, le gigantografie dell’ayatollah Khomeini ad ogni angolo, il tè caldo nelle tazze senza manici. È tutto un caledoiscopico bazar di immagini ed emozioni mescolate con due zollette di zucchero. E succede che la Tehran underground ci viene incontro e ci aspetta comodamente seduta sui divani di un hotel di lusso del centro. La scrittrice Masha Mohebali, dopo averci concesso l’intervista on the road, ci ha invitato a casa sua. L’abbiamo raggiunta dopo più di un’ora bloccati nel traffico. Ci hanno accolto i suoi tre gatti, bottiglie di vino, di vodka, tabacco, erba, oppio. Una finestra sulla trasgressione che non è stata neanche difficile da trovare. La censura, la paura, e una vita libera e illegale che procede specchiandosi con quella pubblica, intrecciandosi, scendendo forse a compromessi o perdendosi in un abbraccio elicoidale con cui convivere vicine e irraggiungibili.

E succede che l’Iran più toccante lo vediamo in una casa di Minudasht, quando cenando a casa di una famiglia osserviamo il padre che si china per terra, dove si è soliti mangiare, e in silenzio, quasi con riverenza, si adopera per togliere le briciole e piegare la tovaglia. Usa una tecnica particolare, sembra un rito antico; un’intima consuetudine che tra una risata e una tazza di tè irrompe con tutta la sua semplicità. E succede che entrare nel santuario dell’imam Emām Reżā a Mashhad, dove migliaia di fedeli affollano i cortili facendosi selfie, mangiando gelati e tenendosi per mano, sia più complicato che entrare nel Paese. Siamo accompagnati da una guida speciale, apposta per noi, e molti posti ci sono preclusi. Gli chador, gli sguardi, i sussurri. Ancora una volta ci sentivamo osservati. E succede infine che veniamo letteralmente abbordati in autostrada, e sul ciglio della strada due signori col fuoristrada, gasatissimi di vederne uno così vecchio, piccolo e polveroso, ci invitassero a casa per una un chai, una cena, una doccia, una notte di ristoro. Uno con i baffi chiamò la moglie, che sapeva l’inglese, per invitarci. L’ha letteralmente minacciata di insistere! mentre lui ci stringeva le mani, ci faceva domande quasi a gesti, i suoi occhi ridevano, e preso dall’entusiasmo ci regala un sacchetto di pistacchi. L’invito lo accetteremo la prossima volta, la nostra strada deve continuare. Ma non scorderemo un’ospitalità sincera e fuori dal tempo e un Paese intenso, carico di energia, di storia, di passioni viscerali che speriamo un giorno possa trovare la giusta armonia tra le sue tante anime irrequiete.

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